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RACCONTI PER PENSARE...
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Un giorno l'asino di un contadino...
Una notte, un vicino trovò Nasruddin in ginocchio...
Al di là di Ghor...
C'era una volta una città tanto piccola da possedere un solo giardino...
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L'Asino e il Contadino
Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne.
L'asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario
pensava come fare per tirarlo fuori. Poiché non trovava soluzioni per
salvare il suo asino, alla fine prese una decisione crudele. Visto che
l'asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla e visto che
il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo, decise
che non valeva la pena di sforzarsi per tirare fuori l'animale dal
pozzo.
Quindi, invece di aiutarlo ad uscire, chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l'asino.
Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo.
L'asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo con lui e pianse disperatamente.
Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l'asino rimase quieto.
Il contadino alla fine guardò verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide.
Ad ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l'asino se ne liberava,
scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra.
In questo modo, in poco tempo, tutti videro come l'asino riuscì ad
arrivare fino all'imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e
uscirne trottando.
La vita andrà a buttarti addosso molta terra, ogni tipo di terra.
Principalmente se sarai dentro un pozzo. Il segreto per uscire dal
pozzo consiste semplicemente nello scuotersi di dosso la terra che si
riceve e nel salirci sopra.
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La chiave perduta
Una notte, un vicino trovò Nasruddin in ginocchio intento a cercare qualcosa.
- "Cosa stai cercando?"
- "La mia chiave. L'ho persa".
E i due uomini s'inginocchiarono per cercare la chiave perduta.
La cercarono a lungo, finchè, il vicino stanco, disse: "stiamo cercando
da molto tempo, sei sicuro di averla persa proprio qui?"
- "No" - rispose Nasruddin, - "L'ho persa a casa!"
- "E allora perchè la stai cercando qui???"
-"Perchè qui c'è più luce: la mia casa è molto buia!!"
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I ciechi e l'elefante
Al di là di Ghor si estendeva una città i cui
abitanti erano tutti ciechi. Un giorno, un re arrivò da quelle parti,
accompagnato dalla sua corte e da un intero esercito, e si accamparono
nel deserto. Ora, questo monarca possedeva un possente elefante, che
utilizzava sia in battaglia sia per accrescere la soggezione della
gente. Il popolo era ansioso di sapere come fosse l'elefante, e
alcuni dei membri di quella comunità di ciechi si precipitarono
all'impazzata alla sua scoperta.
Non conoscendo ne la forma ne i contorni dell'elefante, cominciarono a
tastarlo alla cieca e a raccogliere informazioni toccando alcune sue
parti.
Ognuno di loro credette di sapere qualcosa dell'elefante per averne toccato una parte.
Quando tornarono dai loro concittadini, furono presto circondati da
avidi gruppi, tutti ansiosi, e a torto, di conoscere la verità per
bocca di coloro che erano essi stessi in errore.
Posero domande sulla forma e l'apparenza dell'elefante, e ascoltarono
tutto ciò che veniva detto loro al riguardo. Alla domanda sulla natura
dell'elefante, colui che ne aveva toccato l'orecchio rispose: "Si
tratta di una cosa grande, ruvida, larga e lunga, come un tappeto".
Colui che aveva toccato la proboscide disse: "So io di che si tratta:
somiglia a un tubo dritto e vuoto, orribile e distruttivo".
Colui che ne aveva toccato una zampa disse: "È possente e stabile come un pilastro".
Ognuno di loro aveva toccato una delle tante parti dell'elefante. La
percezione di ognuno era errata. Nessuno lo conosceva nella sua
totalità: la conoscenza non appartiene ai ciechi. Tutti immaginavano
qualcosa, e l'immagine che ne avevano era sbagliata.
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Il Giardino Felice
C'era una volta una città tanto piccola da possedere
un solo giardino. Ogni famiglia contribuiva, secondo le possibilità,
con qualcosa che riteneva utile: gli uomini piantavano alberi grandi
per rassicurare le donne che amavano, le donne portavano semi di prato,
per rendere soffici i giochi dei bimbi, i vecchi piantavano
ortaggi dicendo: <se non fosse per noi questi giovani morirebbero di
fame>, le nonne coltivavano piantine aromatiche e fragole di bosco,
per fare ai nipotini dolci deliziosi…
Con tutto questo amore le piante crescevano senza fatica, consapevoli
d'esser speciali ognuna per qualcosa ed erano così felici d'abitare fra
quella buona gente che le foglie in autunno si dimenticavano di cadere;
l'erba cresceva più alta perchè i bambini, cadendo, non si
facessero male; il salice piegava di più i rami per proteggere
l'intimità dei giovani innamorati e i fiori erano così impazienti di
sbocciare che non aspettavano mai la primavera. Del resto, non c'è poi
da stupirsi perché, si sa, tutto ciò che si fa con amore reca in sé
tanta magia da rendere possibile qualsiasi meraviglia.
Il lettore più scettico abbandoni subito questa lettura per correre
fuori a cercare un amore che gli scaldi il cuore, prima che sia troppo
tardi, magari lo troverà proprio in quel giardino felice.
A onor del vero, non proprio tutti erano felici in quel giardino: si da
il caso che un semino fosse stato portato lì dai venti.
Che volete, i venti sono capricciosi, vanno dove gli pare e quando
qualcosa li attira la sollevano e la portano lontano. Non sono mica
cattivi! Lo fanno così, per gioco.
Fu così che quel giorno i venti presero a giocare con un grosso seme
nero, ma quando si stancarono di soffiare lo posarono proprio lì, in
quel meraviglioso giardino.
La terra lo coprì e il seme si addormentò.
Dopo un po’ di tempo il semino si stancò di stare tutto solo sotto
terra. Si annoiava così tanto che la curiosità vinse la timidezza:
prese a desiderare di crescere e piano, ma con costanza, iniziò il suo
cammino verso il sole.
Crebbe un po’, poi un po’ di più, poi ancora un pò, finché la testolina
spuntò fuori dalla terra. E siccome quello era un terreno curato con
amore, ogni fiore poteva scegliere i tempi a lui più adatti, così il
semino crebbe sempre più velocemente, più gli aumentava la voglia di
scoprire il mondo e più diventava alto e più si allargava la corolla,
finché divenne un fiore maestoso.
Ahimé! Era tanto occupato a crescere che non si accorse di non avere
nessuno a cui assomigliare! E quando (come succede a tutti i fiori
sensibili che raggiungono una certa età) iniziò a chiedersi cosa ci
faceva lì, non trovò nessuna risposta, perché, in effetti, nessuno
sapeva chi lo avesse piantato.
Il povero fiore si disperava e più piangeva più si scoloriva, più si
scoloriva più stava male…insomma, in poco tempo era diventato
pallidissimo, così pallido che, fra tutto quello splendore di colori,
era impossibile vederlo.
Una mattina, i bambini, abituati a scansare i fiori colorati, non si
accorsero del fiore pallidissimo e rotolandosi sul prato gli finirono
addosso spezzandone lo stelo.
Passavano di lì proprio gli stessi venti che lo avevano rapito. Vedendo
cosa era successo si sentirono in colpa e decisero di aiutarlo.
Soffiarono così forte da sollevarlo fino al cielo, andarono dal Sole e
lo pregarono di essere gentile.
Il Sole, si sa, di solito non fa favori, specie ai venti, che spesso,
per scherzare, gli tirano addosso le nuvole per nasconderlo alla sua
amica Terra, ma quella mattina si era svegliato contento (sembra che la
Luna avesse finalmente accettato un suo invito a cena) ed era ben
disposto. Ebbe anche lui pietà del povero fiore scolorito, così ordinò
ai venti di sollevarlo ancora, lo prese dolcemente e facendolo girare
attorno al suo corpo gli cedette un po’ del suo colore dorato, lo posò
con attenzione a terra e lo accarezzò teneramente col suo raggio più
caldo fino a farlo riprendere completamente.
Quello era davvero un giardino bellissimo.
Tantissimi viaggiatori, che ebbero la fortuna di vederlo, giurano che
non ne esiste al mondo uno più bello. Ognuno racconta a suo modo,
ognuno lo ricorda diverso, ma tutti parlano di una grande meraviglia
nata in quel giardino.
Raccontano tante storie, dicono che un fiore, con l'aiuto dei venti,
riuscì a rubare il colore al Sole, che viaggiò molto e compì eroiche
imprese; dicono che il Sole, adirato, lo abbia perseguitato, e che, per
punirlo dell' affranto, lo abbia reso suo schiavo incatenandolo coi
suoi raggi, costringendo il grande fiore a voltarsi continuamente per seguirlo, senza avere pace...
Si raccontano queste e altre brutte storie. Noi sappiamo
che in realtà quel fiore ama troppo il Sole per staccare il suo sguardo
da lui…ma la gente comune queste cose non le capisce…si preoccupa tanto
di scoprire il male, da non accorgersi che il Girasole non è
incatenato, ma perso in un dolcissimo abbraccio.
(Laura Bongiorno) |
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